Qualcosa sul videoclip

frame dal videoclip bohemian rhapsody dei queen

Il videoclip è un genere di audiovisivo di invenzione e diffusione relativamente recente.

una grossa telecamera sul set di un videoclip
una grossa telecamera sul set di un videoclip

Il suono di un videoclip consiste primariamente in un brano musicale; altri generi di suono come i suoni interni alla narrazione generalmente non sono presenti o lo sono quando il video ha un prologo e/o un epilogo; ovviamente ci sono sempre le eccezioni come nel caso di Rabbit in Your Headlight (U.N.K.L.E., Rabbit in Your Headlight, regia di Jonathan Glazer, 1998.), clip basato su una continua dialettica tra musica e suono ambiente.

Basato sulla musica ma destinato alla visione, il videoclip è stato spesso identificato unicamente come forma di promozione; questa caratteristica per lungo tempo l’ha relegato in secondo piano rispetto ad altre forme di comunicazione audiovisiva. Dal punto di vista tecnico (e stilistico) il videoclip si configura come un laboratorio di elaborazione e sperimentazione dei codici audiovisivi.

Se da un lato il video musicale vampirizza le altre forme espressive e culturali (dal cinema alla videoarte, dalla televisione alla pubblicità, dalla moda alle nuove tecnologie, dal teatro al fumetto, dalla danza alla pittura), dall’altro restituisce, influenza, condiziona gli altri settori non solo dell’audiovisivo ma, più in generale, del visivo (B. DI MARINO, Clip. 20 anni di musica in video (1981-2001), Castelvecchi, Roma, 2001, p. 14.).

Inoltre, a prescindere dai risultati, piccoli e grandi artisti si sono cimentati in questa forma di comunicazione [Basti citare Warhol (Hello Again, 1984, dei Cars), Michelangelo Antonioni (spesso citato come esempio da non seguire per la regia di Fotoromanza, 1984, di Gianna Nannini) e poi Roman Polansky, Spike Lee, David Byrne, Adam Jones e tanti altri].

Sì ma, una definizione in due parole?

Il clip è stato di volta in volta definito come:

michel chion in un ritratto recente
Michel Chion in un ritratto recente

– «qualunque cosa di visivo messo su una canzone» M. CHION, L’audiovisione, op. cit., p. 139. 

– «un’opera video di pochi minuti che traduce in immagini un brano musicale» B. DI MARINO, Clip, op. cit., p. 8.

– «un cortometraggio televisivo che presenta un brano musicale con accompagnamento di immagini» G. DEVOTO, G.C. OLI, Dizionario della lingua italiana, Le Monnier, Firenze, 1995. 

– «un breve testo audiovisivo, della durata media di tre/quattro minuti, in cui si mette in scena per immagini una canzone, in modo da poterla programmare in televisione» G. SIBILLA, Musica da vedere. Il videoclip nella televisione italiana, Rai-Eri, Roma, 1999, p. 17. 

– «una forma breve della comunicazione audiovisiva il cui linguaggio nasce e si sviluppa in relazione all’esigenza di promuovere un bene di consumo effimero e immateriale, la musica» P. PEVERINI, Il videoclip. Strategie e figure di una forma breve, Meltemi, Roma, 2004, p. 11.

Accanto a queste definizioni di carattere tecnico si sono aggiunti altri generi di approccio nei quali si tenta di inquadrare il videoclip in una fascia più o meno definita. Queste ultime definizioni sollevano sicuramente degli interrogativi su quella che può essere considerata la funzione comunicativa e sociale del clip nella società. In Il videoclip. Strategie e figure di una forma breve, Paolo Peverini cita tra le definizioni più curiose quelle che inquadrano il videoclip come «propaganda nichilista e neofascista» e «testi postmoderni».

Storia del videoclip

È opinione comune che le radici del videoclip affondino principalmente in quattro generi di audiovisivo: i soundies, lo scopitone, le registrazioni di brani per i programmi musicali e naturalmente il cinema; in particolare per quest’ultimo ci si riferisce alle commedie musicali degli anni cinquanta e sessanta (nello specifico quelle di Elvis Presley e dei Beatles). Naturalmente l’elenco non è esaustivo e per indagare sulla nascita del rapporto tra musica e immagine sarebbe necessario andare ben più indietro degli anni Quaranta con le opere cinematografiche di Walter Ruttmann, Oscar Fischinger, Walt Disney, quelle pittoriche di Kandinsky e ancora prima con la danza e con il teatro. Tuttavia, soundies, scopitone, la registrazione delle performance e il cinema hanno palesato quelle caratteristiche che in seguito il videoclip ha inglobato nel proprio linguaggio.

I soundies, realizzati negli Stati Uniti tra il 1941 e il 1947 come strumento di promozione della musica jazz, erano dei cortometraggi musicali della durata compresa tra i tre e gli otto minuti che avevano come protagonisti artisti quali Bing Crosby, Bessie Smith, Duke Ellington con Billie Holiday e Cab Calloway. I soundies erano commissionati dai proprietari dei teatri per intrattenere i clienti oppure erano usati come tappabuchi per il palinsesto televisivo. Generalmente i soundies documentavano performance dal vivo o in studio, qualche volta erano messe in scena delle brevi fiction in musica. I soundies, in quanto prodotto non destinato alla fruizione da parte del grande pubblico, erano soggetti a un minore controllo da parte della censura e proprio per questo hanno dato un notevole contributo alla liberalizzazione dei costumi negli anni Quaranta.

Lo scopitone, diffuso in Francia negli anni ’60, era una sorta di video jukebox che conteneva dei clip selezionabili a pagamento che mostravano le performance dei più famosi artisti dell’epoca. In Italia lo scopitone si chiamava cinebox.

La registrazione delle performance, pratica ancora in uso nei programmi musicali come Top of the pops, rispondeva alla necessità di assicurare la presenza degli artisti in televisione anche quando non era possibile perché impegnati in tour internazionali (ad esempio le performance dei Beatles negli Stati Uniti all’Ed Sullivan Show).

Il Cinema

love me tender elvis presley
locandina di “Love me Tender” con Elvis Preslety

Il cinema, citato tra i “progenitori” più recenti del moderno videoclip, con i film musicali ha fortemente influenzato la produzione videomusicale e lo sviluppo del genere. Alcuni film musicali sono nati allo scopo di promuovere ulteriormente l’immagine di artisti già noti; l’esempio più noto è Elvis Presley (Love me Tender e Viva Las Vegas sono tra i tanti film che lo hanno visto protagonista). Presley nei suoi film interpretava sempre lo stesso personaggio stereotipato e i brani di maggior successo della sua stagione musicale, in perfetta sintonia con l’ideale di “sogno americano” che rappresentava e che per molti tutt’ora rappresenta. Tra il gennaio del 1956 e lo stesso mese del 1957 Elvis è apparso in televisione 12 volte e ha girato tre pellicole per il grande schermo. Il primo dei suddetti film (Love me Tender) è uscito lo stesso anno in cui Presley ha firmato il contratto con la casa discografica RCA.
Visto in questa prospettiva, Elvis Presley è stato il primo artista a trarre il grosso della sua fortuna dall’impatto avuto grazie ai media audiovisivi. Nella sua storia artistica si possono osservare i germi di quella che in seguito sarebbe stata la fortuna dei moderni musicisti pop, la sovraesposizione mediatica che oggi si ottiene soprattutto grazie alla presenza dei propri video nella rotazione dei canali musicali. I 31 film cui Elvis ha partecipato come attore dal ‘56 al ’69, le apparizioni in televisione e i faraonici concerti degli anni Sessanta e Settanta, sono stati i mezzi che più hanno contribuito alla creazione del mito.

Un gran numero di film musicali sono stati prodotti anche in Italia a partire dagli anni ’30; negli anni ’40 appare Beniamino Gigli, tenore all’epoca molto popolare; negli anni ’50 Claudio Villa; ma è negli anni ’60 che il fenomeno esplode con i musicarelli, commedie dal sapore più o meno sentimentale aventi per protagonisti i nomi di punta della scena musicale. Tra i più acclamati sul palco e sullo schermo ricordiamo personaggi come Mina, Teddy Reno e Tony Dallara in I teddy boys della canzone (Italia, 1960) di Domenico Paolella; Rita Pavone (con Totò) in Rita la figlia americana (Italia, 1965) di Piero Vivarelli; Bobby Solo, Little Tony e così via.

musicarello nessuno mi può giudicare
la locandina di “Nessuno mi può giudicare” con Caterina Caselli

Nel cinema musicale come nel moderno videoclip, la promozione pur avendo una parte importante non era e non è l’unica motivazione alla base della creazione di un audiovisivo ma c’è anche da parte dei musicisti, dei registi e dei produttori più lungimiranti la voglia di sperimentare e utilizzare nuove tecniche e modalità espressive.

Numerosi prodotti realizzati per il grande schermo hanno il merito di avere maggiormente focalizzato l’attenzione sulla dimensione del montaggio audiovisivo piuttosto che sull’artista; la sequenza della vendita della cocaina e della corsa in moto di Easy Rider (id., Stati Uniti, 1969) di Dennis Hopper, sono famose per aver lanciato i brani The Pusher e Born to be wild degli Steppenwolf e per il montaggio “clippato”. Il documentario rock Woodstock, Three Days of Peace and Music (Woodstock: tre giorni di pace, amore e musica, Stati uniti, 1970), diretto da Michael Wadleigh con l’assistenza alla regia di Martin Scorsese, è ricordato per l’ampio uso dello split screen. Sempre in quegli anni Adrian Maben dirigeva Pink Floyd: Live at Pompeii (id., Belgio/Germania Ovest/Francia, 1972), una performance senza pubblico realizzata nell’anfiteatro romano all’interno delle rovine di Pompei. La musica dei Pink Floyd e il montaggio fuori dagli schemi convenzionali lo rendono una delle opere maggiormente rappresentative della psichedelia e uno dei concerti più conosciuti della storia del rock sebbene nessuno, a parte lo staff tecnico, abbia assistito alle esibizioni live.

pink floyd live at pompeii
i Pink Floyd sul set del live at Pompeii

Un diverso equilibrio tra dimensione promozionale e sperimentalismo è proposto dai Beatles. I “baronetti di Liverpool” hanno sbancato i botteghini con A Hard Day’s Night (id., Gran Bretagna, 1964) e Help! (id., Gran Bretagna, 1965), entrambi di Richard Lester; inoltre sono stati trasmessi in televisione con i clip promozionali Magical Mistery Tour (id., Gran Bretagna,1967), diretto dagli stessi Beatles e Yellow Submarine (id., Gran Bretagna, 1968), diretto da George Dunning. Yellow Submarine, definito da Di Marino come una «pietra miliare della musica da vedere nonché dell’animazione sperimentale», è un film ricco di colori, di musica e adatto anche ai bambini; ma non per questo privo di messaggi, anche politici. I Beatles hanno intuito in prima persona le potenzialità sia creative che promozionali dell’audiovisivo e le hanno sfruttate per creare attorno a loro un immaginario fantastico e un’iconografia che ancora li accompagna. Probabilmente non è un caso che siano stati proprio i fab four, rivoluzionari nell’ambito musicale grazie a prodotti innovativi sul piano tecnico e di grandissimo successo commerciale, a lanciarsi nella sperimentazione audiovisiva riproponendo in video le caratteristiche che hanno caratterizzato i dischi del loro secondo periodo: sperimentalismo tecnico unito ad un occhio al pubblico; bisogna ricordare, tra l’altro che i Beatles hanno smesso di suonare dal vivo nel 1966 e che in seguito hanno fatto affidamento sulla fama già raggiunta («siamo più famosi di Gesù» dichiarò Lennon durante il tour negli Stati Uniti) e sull’uscita dei clip promozionali per mantenere il contatto con il loro numeroso pubblico.

Dagli anni 70 ad oggi

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un fotogramma da “Tommy”

Gli anni Settanta, periodo cruciale nella storia del videoclip, vedono l’uscita nelle sale di Tommy (id., Gran Bretagna, 1975), opera rock diretta da Ken Russel con le musiche degli Who e soprattutto del videoclip Bohemian Rhapsody (1975), dei britannici Queen. Bohemian Rhapsody viene da molti considerato il primo videoclip propriamente detto in quanto primo prodotto audiovisivo nel quale si è tentato di «creare un equivalente visuale della musica». Bohemian Rhapsody presenta la traduzione dell’effetto audio di eco tramite la moltiplicazione del volto dei musicisti con un effetto di scia; inoltre, in corrispondenza delle parti corali i volti dei musicisti sono ulteriormente moltiplicati con delle inquadrature effettuate attraverso un prisma e le parti soliste sono evidenziate con dei primi piani; quando cori e parti soliste si sovrappongono anche le inquadrature sono sovrapposte. A partire dal 1981 il videoclip è istituzionalizzato tramite un canale televisivo: MTV
Chi fra di noi era presente, ha avuto la fortuna di vedere l’era delle tv musicali, in italia oltre ad mtv c’era Videomusic che mandava clip a rotazione e programmi musicali..
Dal 2006, con la diffusione massiccia del video online, si può dire che il videoclip si sia definitvamente spostato su internet.
Se avete tempo fate un giro in home per vedere qualcuno dei miei videoclip. Non sapete da dove iniziare? Cominciate da Melt.